Per te, cara amica brasiliana.
Nu pianefforte ‘e notte
Sona lontanamente
E ‘a musica se sente
Pe ll’aria suspirà.
E’ ll’una: dorme ‘o vico
Ncopp’a sta nonna nonna
‘e nu mutivo antico
‘e tanto tempo fa.
Dio, quanta stelle cielo!
Che luna! E c’aria doce!
Quanto na bella voce
Vurria sentì cantà!
Ma solitario e lento
More ‘o mutivo antico;
se fa cchiù cupo o vico
dint’a all’oscurità.
Ll’anema mia surtanto
rummane a sta funesta.
Aspetta ancora. E resta,
ncantannose, a penzà.
( Salvatore Di Giacomo)
Pianoforte di notte - Un pianoforte di notte / suona in lontananza, /
e la musica si sente / per l'aria sospirare. /
È l'una: dorme il vicolo / su questa ninna nanna / di un motivo antico / di tanto tempo fa. / Dio, quante stelle in cielo! /
Che luna! e che aria dolce! / Quanto una bella voce / vorrei sentire cantare! /
Ma solitario e lento / muore il motivo antico; /
si fa più cupo il vicolo / dentro all'oscurità. /
L'anima mia soltanto / rimane a questa finestra. /
Aspetta ancora, e resta, / incantandosi, a pensare.
(Traduzione di P. P. Pasolini)
postato da silvanamodio alle maggio 31, 2006 18:31 commenti (5)


Il Tupi-Guarani è un ramo linguistico della famiglia Tupi il quale era il più parlato quando i portoghesi qui arrivarono. Diffusa in tutto il territorio nazionale ,eccettuandosi il nordest. A quell’epoca esistevano circa mille diversi idiomi.Oggi soltanto nove lingue indigine hanno più di cinquemila parlanti di cui due –il Tupi e il Macro-Jê-sono
i più grandi rami linguistici .
La parola “Tupi”significa “grande padre” o “lider”.E “Guarani”significa “guerriero”.Era parlato dal popolo “Tupiniquin” e “Tupinambá”.
Mentre i portoghesi volevano rendere il popolo indigena schiavo,i francesi,invece.li trattavano come amici e commercianti.Perciò i portoghesi erano chiamati “Perós”o “Perós-angaipa” per via della pelle bianca e dei capelli bruni,mentre i francesi erano chiamati “Aiurujaba” che significa “pappagallo giallo”alludendo al fatto che erano loquaci e amici.
Abbiamo una grande influenza del Tupi –Guarani nel nostro quotidiano rendendo la lingua parlata in Brasile molto diversa da quella parlata in Portogallo e in altri Paesi .
Se qualcuno volesse eliminare i vocaboli Tupi nella lingua parlata in Brasile,bisognerebbe cambiare i nomi di 10 stati del Brasile,sette capitali,centinaia di nomi di città,milioni di nomi di strade, autostrade,piazze e vie così come centinaia di località topografiche,oltre che migliaia di nomi propri di persone e parole comune nel nostro quotidiano,rendendo così la nostra comunicazione e locomozione impossibile.
Come per esempio “Ipanema”,la famosa spiaggia a Rio de Janeiro,che vuol dire fiume dalle cattive acque, e “ carioca”, l’abitante di Rio che vuol dire casa del uomo bianco che era il capannone dove i portoghesi tenevano il pregiato legno “Pau Brasil”.
O come direbbero i Tupinambá:Nhandê Coive Ore Retama! Questa é la nostra terra!
postato da atima alle maggio 31, 2006 12:48 commenti (6)


Come nasce l'Aceto Balsamico Tradizionale di Modena
L'Aceto Balsamico Tradizionale di Modena matura nella quiete delle acetaie, attraverso la particolare tecnica dei travasi ed i molti anni di affinamento ed invecchiamento. Il "Balsamico" si ottiene dal mosto d'uva cotto che matura per la lenta acetificazione derivata dalla naturale fermentazione e dalla progressiva concentrazione in botticelle di legni diversi, senza alcuna aggiunta di sostanze aromatiche. Di colore bruno, scuro, carico e lucente, manifesta la propria densità in una corretta, scorrevole sciropposità. Ha profumo caratteristico e complesso, penetrante, di evidente, ma gradevole ed armonica acidità. Di tradizionale ed inimitabile sapore dolce e agro ben equilibrato, si offre generosamente pieno, sapido con sfumature vellutate in accordo con i caratteri olfattivi che gli sono propri. La "materia prima" per la produzione dell'Aceto Balsamico Tradizionale di Modena sono l'uva trebbiana e i lambruschi tipici modenesi. A seguito di una pigiatura ed una mostatura secondo la tradizione, si toglie il mosto dalle graspe prima che inizi la fermentazione e lo si mette a cuocere, una volta filtrato, in caldaia su fuoco diretto. Dopo una lenta e prolungata ebollizione, il mosto cotto concentrato nella misura desiderata -una riduzione che varia dal 30 al 50 per cento - viene tolto dalla caldaia per essere lasciato a raffreddare. L'operazione successiva, detta "rincalzo", mette a dimora il mosto cotto raffreddato nelle botticelle. Nello specifico, si tratta di un processo di travasi e rincalzi che utilizza una batteria di botticelle di legni diversi. In seguito, il "Balsamico" avrà solo bisogno di riposo ed ispezioni discrete per arrivare ad essere disponibile in due tipi, diversificati in base al periodo di invecchiamento: oltre dodici anni per il prodotto "classico" ed oltre i venticinque per quello "extra vecchio". In cucina, il "Balsamico" si usa su verdure fresche e lessate, sui bolliti, come base per salse, per rifinire preparazioni di carne e pesce, ed ancora sulle fragole o sul gelato fior di latte. Senza poter indicare un dosaggio preciso, impossibile per un prodotto così duttile ed "individualista" al tempo stesso, esistono tuttavia alcuni suggerimenti derivati dalla più che centenaria esperienza d'uso del "Balsamico". Il calcolo sulla sua quantità di impiego è approssimativamente un cucchiaino scarso a persona; per il condimento di una verdura cruda, la sequenza ottimale è sale, "Balsamico" e olio; sui cibi a cottura, il "Balsamico" va aggiunto poco prima di toglierli dal fuoco, affinché ci sia tempo sufficiente per insaporire senza disperderne la complessità dell'aroma; nel caso di pietanze calde già disposte sul piatto da portata, è buona norma intervenire con il "Balsamico" prima di servirle.
Modena 12 Maggio/ 3 Giugno |
-Balsamico è- Appuntamento per valorizzare un prodotto unico ed irripetibile,l'aceto balsamico. Con questo obiettivo è nata , nel 1999, Balsamica, oggi rinominata " Balsamico è " , la manifestazione dedicata all'aceto balsamico tradizionale di Modena: orgoglio modenese da secoli, il balsamico è diventato così protagonista di un momento a lui dedicato nel periodo fine maggio-inizio giugno. L'evento prevede mostre, degustazioni, brevi corsi di approfondimento, seminari, menù a tema, corsi di cucina.
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Interessante questo post poi ne usiamo a casa.
Grazie,Fatima
postato da atima alle maggio 30, 2006 12:44 commenti (6)


BRASIL,vamos lá!!!
 
BRASIL,vamos lá!!!

Grazie,Fatima
postato da atima alle maggio 28, 2006 18:47 commenti (2)

GRADO-la sua storia

LE ORIGINI
Il destino di Grado fu di nascere e vivere in relazione alla più grande e più antica città di Aquileia.
Grado nacque infatti come parte estrema del sistema portuale di Aquileia, come primo scalo per le navi che dall'Adriatico per giungere ad Aquileia dovevano risalire il corso del Natisone, che parzialmente avvolgeva la grande metropoli altoadriatica e le offriva difesa in caso di pericolo ma anche facile collegamento verso il mare.
Il Natisone infatti ben più ricco d'acque dell'attuale Natissia, che scorre pressapoco nel letto del Natisone antico, giungeva anticamente al mare e probabilmente si ramificava attraversando la bassa campagna per confondersi con la laguna.
ATTILA
E' certo che a Grado si rifugiò la popolazione di Aquileia guidata dal vescovo Secondo o da Niceta, quando la capitale della Venetia et Histria cadde per opera degli Unni guidati da Attila: ciò avvenne nel 452.
Le tradizioni gradesi, ma anche quelle aquileiesi e venete, concentrarono attorno al nome terribile di un Attila sia la sventura irreparabile di Aquileia sia l'inizio della grandezza della città di Grado.
Grado nasce come figlia di Aquileia, salva la madre e ne eredita la gloria. Nello stesso tempo è anche la madre di Venezia e assicura alla figlia nobiltà ed eredità senza pari. Grado si propose allora come il modello di una situazione emblematica relativamente alla storia civile e culturale di tutta la regione: sopravvivenza nella precarietà, desiderio di affermazione al di là del contingente drammatico.
I DUE PATRIARCATI
Nel corso dei secoli la forza e il fascino di Venezia offuscarono profondamente l'importanza di Grado. Ma durante le invasioni barbariche è solo Grado che esercita un'autorità di qualche conto: la funzione ecclesiastica e la personalità del metropolita aquileiese dalla dimora di Grado dominanao ed attraggono.
La precarietà della situazione viene spregiudicatamente superata grazie alla forza che instilla nei vescovi la consapevolezza delle proprie alte tradizioni che si identificano con Aquileia. E' il momento in cui il vescovo di Aquileia incomincia a rivendicare per sè e per i suoi successori il titolo di patriarca, in quanto la chiesa aquileieise discenderebbe direttamente dalla predicazione apostolica di S. Marco.
La questione si trascina fino alla scontro diretto con il papa e l'imperatore. Così si ebbero due patriarchi a breve distanza: il partiarca di Grado (che si chiamava però sempre patriarca di Aquileia, essendo Grado nient'altro che una sede provvisoria) esercitava la sua autorità sulle diocesi rimaste bizantine.
Il patriarca di Aquileia, che poi si rifugiò a Cormons e a Cividale, esercitava la sua autorità sulle diocesi del regno longobardo. Si iniziarono così quelle incursioni rapinose e reiterate che, partendo da Aquileia, colpirono Grado mirando a togliere a quella sede patriarcale ogni legittimità.
L'EPOCA MODERNA
Dal 1815 Grado fece parte dell'impero asburgico e, legata dal punto di vista amministrativo piuttosto alla contea di Gorizia che a Venezia, il 24 maggio 1915 fu conquistata dalla truppe italiane.
Ora fa nuovamente parte sia della provincia sia, come anche Aquileia, dell'arcidiocesi di Gorizia, la quale nel 1752 sorse dalla soppressione proprio di quel patriarcato di Aquileia che aveva rappresentato per Grado un polo antitetico di cruciale importanza.
Grazie Patrizia
IL DECLINO
La caduta del regno longobardo per opera di Carlo, re dei Franchi, si accompagna alla maturazione del potere ducale di Venezia. Grado dall'ottavo secolo in poi è solamente una larva prestigiosa di cui si servono i politici per i loro disegni di egemonia.
Il concilio di Mantova (827) sentenziò la fine del patriarcato di Grado, il quale però non si estinse del tutto ma si identificò sempre più con gli interessi di Venezia. Il castello di Grado continuò a dimostrare la sua efficienza in occasione di assalti che pertivano dalle coste orientali dell'Adriatico da parte di Slavi e Saraceni. Ma per secoli ormai Grado non sarà più al centro di vicende di qualche rilievo.
Qui rimaneva, quasi a compensare la mancanza del patriarca, il conte provveditore, che rappresentava l'autorità centrale e che era scelto tra i membri del Maggior Consiglio.
Grado dal '400 in poi è un borgo marinaro con una popolazione anche al di sotto dei 2000 abitanti e con una vita chiusa entro pochissimi interessi al di fuori di quelli che richiede la pesca. Un borgo che vive di ricordi sempre più sfumati ma anche troppo grandi per la vita attuale, Grado si affaccia all'età contemporanea come un borgo veramente isolato, con sue tradizioni peculiari, con suoi ordinamenti e con una parlata che riflette un'arcaica e nobilissima cultura.
postato da atima alle maggio 28, 2006 16:02 commenti (2)


Il carico della Iulia Felix
Un carico decisamente interessante, quello trasportato dalla Iulia Felix, la nave oneraria romana recuperata al largo di GRADO: quattro diversi tipi di anfore, prodotti originariamente in tre aree distinte del Mediterraneo commerciale (coste settentrionali dell’Africa, area Egeo orientale, Adriatico) e adibiti come uso primario al trasporto canonico di vino e olio; perfettamente stivati nella Iulia secondo il rapporto volume/peso a pieno; tutti riutilizzati come contenitori di trasporto di pesce lavorato; una botte di legno, collocata a prua, ricolma di frammenti di piatti, coppe, vassoi, bicchieri, bottiglie di vetro, destinati ad essere rifusi in un’officina vetraria per ottenere la massa vitrea necessaria alla realizzazione di nuovi oggetti risparmiando sulle materie prime, sul combustibile, sulla temperatura che la fornace doveva raggiungere per rendere la massa vitrea lavorabile.
Le tipologie dei frammenti della botte sono assai varie; la qualità del vetro indica almeno tre diverse aree di produzione dei manufatti. Lo stesso suggeriscono i numerosi bolli, sia a simbolo che nominali, impressi sui fondi soprattutto delle bottiglie: Caius Salvius Gratus, Cneus Pompeius, Sentius, una serie di sigle da riferire almeno in parte al contenuto; e ancora stelle, rombi, C contrapposte, foglie cuoriformi, fiori a quattro o sei petali; una serie assai varia e funzionale di pentolame di bordo, realizzata in terracotta e metallo, permette di supporre un approvvigionamento razionale calcolato per la durata del viaggio e quindi un uso non estemporaneo delle olle, casseruole e tegami ritrovati: si mangiava variato sulla Iulia Felix, non necessariamente e solo pesce; il pesce però poteva anche essere pescato sul momento, se è questa l’idea che vuole dare la riserva di ami conservata accuratamente in una scatola di legno, dotazione comune ad imbarcazioni del tipo e funzione della Iulia; si giocava a bordo, nei momenti di pausa, a “latrunculi”, il backgammon dell’epoca; come abitudine in epoca antica, a bordo viaggiavano anche merci estemporanee, di proprietà del comandante o dell’equipaggio o di un committente: una piccola stadera, brocche forse riempite con vino particolare, oggettistica di bronzo di un certo pregio.
Grazie,Patrizia
postato da atima alle maggio 28, 2006 15:55 commenti (1)


La bella Assisi,ci sono andata due volte e non la dimenticherò mai.

Grazie,Fatima
postato da atima alle maggio 28, 2006 13:46 commenti (1)

Le notizie sulla giovinezza e la formazione di Giotto sono molto poche, sappiamo che nacque da una famiglia di contadini, nel 1267 circa, a Colle di Vespignano non lontano da Firenze. E' noto che il suo maestro fu Cimabue, con il quale Giotto collaborò in alcune sue opere, anche se il racconto, secondo cui, Cimabue si accorse dell'abilità di Giotto vedendolo disegnare su un sasso una delle pecore che portava al pascolo, è inverosimile. Altrettanto importante per la sua formazione fu il viaggio a Roma che intraprese prima di entrare a far parte del cantiere di Assisi. A Roma si sviluppava a quel tempo un'importante scuola pittorica, quella di cui facevano parte Pietro Cavallini, Jacopo Torriti e Filippo Rusuti, i quali rappresentano in pittura la tipica monumentalità dell'arte classica.  Dopo quest'esperienza Giotto lavorò al cantiere di Assisi. La basilica di San Francesco d'Assisi è costituita da 2 chiese sovrapposte, la basilica inferiore ha una pianta articolata e presenta una serie di cappelle affrescate da diversi artisti, mentre la chiesa superiore ha un programma iconografico unitario e chiaramente leggibile: le Storie dell'antico e del nuovo testamento sono collegate dalle illustrazioni della vita di San Francesco secondo il racconto di San Bonaventura composto nel 1260 circa. Tra il 1277-80 Cimabue iniziò la decorazione del transetto sinistro della chiesa superiore, successivamente l'esecuzione degli affreschi passa ai suoi collaboratori, tra i quali Jacopo Torriti e Duccio da Boninsegna, iniziando a decorare gli spazi tra le finestre della navata con storie dell'antico e del nuovo testamento; alcuni di questi episodi sono attribuiti alla mano di Giotto avveribile soprattutto nelle due Storie di Isacco e nella frammentaria Deposizione nel sepolcro. Nelle decorazioni del registro inferiore, al di sotto delle finestre, lungo le pareti della navata, invece Giotto è il protagonista assoluto. Il ciclo decorativo su compone di 28 affreschi rettangolari delle misure di 270x230 cm, e rappresenta Scene della vita di San Francesco nelle quali Giotto ci presenta il santo rappresentato per la prima volta come un uomo, fra la gente, nella natura, in spazi architettonici, in luoghi riconoscibili e concreti, si vedano ad esempio gli affreschi della Rinuncia dei beni in cui il santo è rappresentato parzialmente nudo, la Morte del cavaliere di Celano, l'Omaggio di un semplice e il Presepe di Greccio in anticipo sulle ricerche della prospettiva. Con la rappresentazione di queste scene Giotto chiude in maniera definitiva con lo stile bizantino e le rappresentazioni bidimensionali e frontali delle scene sacre, immettendole invece in un mondo che diventa reale, nell'affresco di San Francesco che dona il mantello al povero uno dei primi dell'intero ciclo sono presenti gli elementi tipici dell'arte giottesca e cioè il gioco di chiaroscuri con il quale dare volume alle cose, la loro rappresentazione prospettica e interesse verso una composizione armoniosa ma non statica. Giotto ritornerà più tardi al cantiere di Assisi curando la decorazione della volta della basilica inferiore con Allegorie francescane e la decorazione della cappella della Maddalena. Dello stesso periodo degli affreschi di Assisi è un dipinto su tavola, con fondo in oro, San Francesco riceve le stimmate, che oggi si trova al Louvre e che egli realizzò per la chiesa di San Francesco a Pisa nel quale sono rappresentati alcuni momenti della vita del santo. Nell'anno 1300 a Roma realizzò alcuni affreschi di cui oggi non ci rimane traccia se non nelle fonti, dopodichè Giotto fa ritorno a Firenze dove eseguì altre opere alcune delle quali oggi frammentarie tra le quali il grande Crocifisso su tavola che si trova nella sagrestia della chiesa di Santa Maria Novella nel quale è ancora evidente l'abbandono degli schemi bizantini e la rappresentazione di un solo chiodo per fissare i piedi del Cristo alla croce che induce alla sovrapposizione delle gambe creando un effetto prospettico. Intorno al 1304-1306 Giotto lavorò a Padova dove decorò la cappella degli Scrovegni eretta da Enrico Scrovegni per espiare i peccati del padre condannato da Dante nella Divina commedia alle pene dell'inferno. Il programma iconografico della cappella esalta la figura della Madonna, la controfacciata è dipinta con il Giudizio Universale nel quale molte parti sono affidate ad allievi. Sui lati e nell'arco trionfale sulle pareti, divise in tre registri decorativi, si trovano le Storie di Gioacchino e Anna e le Storie della vita e della passione di Cristo che segnano l'inizio della maturità artistica del pittore, tra i quali: Il bacio di Giuda, il Compianto sul Cristo morto. Prima del 1310 realizzò la Madonna di Ognissanti, nella pala di grandi dimensioni (325x204 cm), che oggi si trova agli Uffizi di Firenze, Giotto riprese un tema tipico della cultura gotica rinnovandolo. Nel 1320 ritornò a Firenze realizzando opere andate perdute o smembrate e disperse in vari musi del mondo come è successo per il polittico con Scene della vita e della passione di Cristo, riconosciuto in vari pezzi sparsi nel museo di Horne di Firenze e alla National Gallery of Art di Washington. La sua propensione alla caratterizzazione fisica e psicologica dei personaggi da lui rappresentati è evidente nelle decorazioni che realizzò nelle cappelle Peruzzi e Bardi nella chiesa di Santa Croce a Firenze, le cappelle oggi sono solo due, ma secondo le fonti dovevano essere quattro. La cappella Peruzzi fu affrescata per prima con Storie di San Giovanni Battista e di San Giovanni Evangelista, gli edifici rappresentati presentano architetture complesse con articolazione degli spazi molto varia nei quali l'interesse per la prospettiva da parte dell'artista è sempre più evidente. Nella cappella Bardi sono affrescate le Storie di San Francesco la cappella però è stata manomessa nel corso dei secoli perciò l'integrità del ciclo decorativo ne risulta danneggiato. Nella cappella Baroncelli invece si trova il Polittico della Vergine dipinto in seguito agli affreschi della cappella Bardi. Tra il 1328 e il 1333 Giotto si recò a Napoli dove eseguì numerose opere per re Roberto d'Angiò, delle quali purtroppo non ci resta nulla. Da li poi si recò a Bologna dove lavorò al Polittico di Bologna oggi alla Pinacoteca Nazionale. Per l'altare maggiore della basilica di San Pietro eseguì il Polittico Stefaneschi oggi alla Pinacoteca Vaticana. Nel 1334 diviene "magister et gubernator" dell'opera di Santa Reparata cioè del cantiere del duomo di Firenze dove realizzò il primo piano del campanile detto appunto campanile di Giotto. Nel 1335-1336 fu a Milano alla corte di Azzone Visconti ma anche di questo periodo non ci resta più nulla. Tornato a Firenze morirà l'otto gennaio del 1337 a 70 anni.
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postato da atima alle maggio 28, 2006 13:40 commenti

pittori medioevali
Giotto
Ho trovato questa picolla galleria e voglio dividirla con voi.Fatima
postato da atima alle maggio 28, 2006 13:38 commenti (1)

VIVI...
.jpg) Ho trovato in un blog...bello!
Grazie a tutti che mi lasciano dei commenti,vi auguro tante belle cose.
Buona domenica Italia.
Grazie.Fatima
postato da atima alle maggio 28, 2006 13:34 commenti

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