In quel preciso momento-Siamo già al 28 e non ho fatto ancora niente.Inoltre quella specie di poema che mi girava per la mente ora sfugge di qua e di là.Mi risveglio al mattino,ci penso,e tutto si sprofonda nello squallore acquitrinoso di queste giornate di pioggia.Arranco,arranco,per riguadagnare la strada perduta."Aspetta!Ferma!Aspetta!"grido ai piedi della salita.Ma le pagine lentamente si sfogliano,molto lentamente,è doveroso ammetterlo,ma non riposano mai.Mai come noi uomini.Si fermano a guardarsi intorno,a accendere una sigaretta,a chiacchierare un poco.Le pagine della vita,le ore,voglio dire,i giorni astronomici e i mesi senza bisogno di stupide metafore,si succedono con grande rapidità,bisogna convenire,a vederli passare con tanta compostezza non si direbbe mai che siano nostri nemici.Vanno adagio,da grandi signori.Ma non si fermano mai,i maledetti,non danno un attimo di respiro,abbiamo un bel correre avanti,predisporre,pianificare,calcoli,progetti.Siamo uomini,ahimè,e ogni tanto dobbiamo fermarci.Fermarci,e ci addormentiamo.Ma così,mentre noi stiamo fermi sul bordo della via sognando strane cose,le ore,i giorni,mesi ed anni ci raggiungono uno per uno,con la loro abominevole lentezza ci sopravanzano,si perdono in fondo alla strada.Poi al mattino ci accorgiamo di essere rimasti indietro,ci mettiamo all'inseguimento.
In questo preciso momento,vogliamo dire volgarmente,finisce la giovinezza.
Dino Buzzati
postato da atima alle febbraio 27, 2007 21:07 commenti (6)

Le parlava di Bahia,di com'è quella città che nasce dal mare e si arrampica su per la montagna,tutta un intreccio di scarpate.
E il Mercato?

E Agua-dos-Meninos?

La Rampa,le banchine del porto,la scuola di capoeira,



dove alla domenica era solito andare a divertirsi con capitan Traíra,o con Gato e Arnól,e il terreiro di Bogún,dove era stato eletto e confermato ogán di Iansã-nel suo indiscusso giudizio Teresa deve esser figlia di Iansã,perchè tutte e due sono egualmente piene di coraggio,di prontezza:pur essendo donna,Iansã è una santa coraggiosa,che ha impugnato le armi in guerra al fianco del marito Xangô e non ha paura neanche degli egúns,i morti,anzi è proprio lei che li aspetta e li saluta col suo grido di guerra:Eparrei!
ORIXÁS
Del libro di Jorge Amado,
Teresa Batista Stanca Di Guerra.
postato da atima alle febbraio 21, 2007 09:13 commenti (17)





Alcune foto dell'ultimo giorno del Carnevale.Ieri a Rio de Janeiro un altro show.
postato da atima alle febbraio 20, 2007 17:18 commenti (6)

Show,show,show!!!

Scuola Mangueira,che ci ha raccontato la origine della lingua portoghese.
La escuela más aplaudida de la noche fue la tradicional "Mangueira" que puso en escena el recorrido de la lengua portuguesa en su difusión por Europa, África y Brasil. El paso de sus majestuosas carrozas y "alas" de bailarines fue acompañado con una cadenciosa interpretación del enredo "Mi patria es mi lengua".


Scuola Mocidade Independente.
Siamo tutti dipendente della industrializzazione,ma oggi è carnevale Evviva L'artegianato!!
"Mocidade" sorprendió al público al inicio del desfile con una alegoría de la importancia del hombre y del trabajo artesano, a partir de una "biblia" gigante de la que salía un hombre en traje de Adán. Le siguieron carrozas y disfraces inspirados en todos los tipos de trabajos artesanales.


Scuola Vila Isabel,le metamorfosi.
La campeona del pasado año, "Vila Isabel", encaminó el timón "rumbo al bicampeonato" con un enredo basado en las transformaciones de la vida y la evolución humana y animal.


Scuola Viradouro.
La otra sensación de la noche fue la escuela de "Viradouro", que convirtió el Sambódromo en un gran casino de juegos dinámicos con los que el público podía interactuar: desde un castillo de naipes o un gran ajedrez humano hasta los más sofisticados vídeo juegos, pasando por el clásico fútbol, en los que los intérpretes jugaban con el público.


Scuola Império Serrano.
Bajo el lema "Ser diferente es normal", la escuela "Imperio Serrano" conmemoró sus 60 años de existencia con un homenaje a personajes históricos que marcaron la diferencia como Víctor Hugo, Frida Kahlo o Albert Einstein.
Las variopintas personalidades de estos genios convirtieron la Avenida de Sapucaí en un mosaico de imágenes en la que la catedral de Notre Dame de París dio paso a las pinturas multicolor características de la pintora mexicana.


Scuola Estácio de Sá.
Otro viaje por diferentes países, esta vez guiados por la semilla de zapote, es el que narró "Estácio de Sa" en su desfile que llevó al espectador desde México hasta el lejano Oriente pasando por Europa.
La semilla, originaria de México, llegó a Brasil gracias a la corte portuguesa y más adelante se transformó en el chicle, el símbolo de la rebelión adolescente y de la época "hippie".
postato da atima alle febbraio 19, 2007 10:30 commenti (6)

Qui su l'arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null'altro allegra arbor né fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De' tuoi steli abbellir l'erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de' mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d'afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell'impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s'annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d'armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de' potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l'altero monte
Dall'ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d'esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
È il gener nostro in cura
All'amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell'uman seme,
Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell'umana gente
Le magnifiche sorti e progressive .
Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,
Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Vanno adulando, ancora
Ch'a ludibrio talora
T'abbian fra sé. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Ben ch'io sappia che obblio
Preme chi troppo all'età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
Dell'aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe' palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell'alma generoso ed alto,
Non chiama sé né stima
Ricco d'or né gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma sé di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
Non credo io già, ma stolto,
Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità, quali il ciel tutto ignora,
Non pur quest'orbe, promettendo in terra
A popoli che un'onda
Di mar commosso, un fiato
D'aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì, che avanza
A gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
Che a sollevar s'ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire
Fraterne, ancor più gravi
D'ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l'uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de' mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L'umana compagnia,
Tutti fra sé confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell'uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così qual fora in campo
Cinto d'oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti,
Gl'inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell'orror che primo
Contra l'empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l'onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch'ha in error la sede.
Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e su la mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch'a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L'uomo non pur, ma questo
Globo ove l'uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz'alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell'uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell'universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co' tuoi piacevolmente, e che i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m'assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.
Come d'arbor cadendo un picciol pomo,
Cui là nel tardo autunno
Maturità senz'altra forza atterra,
D'un popol di formiche i dolci alberghi,
Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l'opre
E le ricchezze che adunate a prova
Con lungo affaticar l'assidua gente
Avea provvidamente al tempo estivo,
Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d'alto piombando,
Dall'utero tonante
Scagliata al ciel profondo,
Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli
O pel montano fianco
Furiosa tra l'erba
Di liquefatti massi
E di metalli e d'infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar là su l'estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
L'arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
Dell'uom più stima o cura
Che alla formica: e se più rara in quello
Che nell'altra è la strage,
Non avvien ciò d'altronde
Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.
Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi
Dall'ignea forza, i popolati seggi,
E il villanello intento
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
Fatal, che nulla mai fatta più mite
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell'ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall'inesausto grembo
Su l'arenoso dorso, a cui riluce
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l'acqua
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontan l'usato
Suo nido, e il picciol campo,
Che gli fu dalla fame unico schermo,
Preda al flutto rovente,
Che crepitando giunge, e inesorato
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
Dopo l'antica obblivion l'estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all'aperto;
E dal deserto foro
Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell'orror della secreta notte
Per li vacui teatri,
Per li templi deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per vòti palagi atra s'aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l'ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell'uomo ignara e dell'etadi
Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l'uom d'eternità s'arroga il vanto.
E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l'avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Né sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell'uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.
* La Ginestra * Giacomo Leopard i*
postato da GretaR alle febbraio 17, 2007 16:00 commenti (3)


Il Samba Enredo
La scuola di samba si presenta nel Sambodromo suddivisa in varie ali, ciascuna delle quali conta centinaia di sambisti. Ogni ala indossa un proprio costume che racconta un pezzo della storia relativa al "Samba Enredo", il tema scelto dalla scuola per partecipare al concorso. Tra le ali s'intercalano giganteschi carri allegorici che continuano il racconto. Anch'essa in costume appropriato, la famosa batteria (la banda musicale) accompagna tutta la sfilata senza un attimo di sosta. Insieme con la batteria interviene il puxador do samba, cioè il cantante che dall'inizio alla fine della sfilata interpreta ininterrottamente il Samba Enredo.
Ciascuna Scuola partecipa mediamente con 3.000 o 4.000 sambisti. E' uno spettacolo semplicemente meraviglioso e contagioso.
Samba Enredo da Beija Flor
Áfricas:
do berço real à Corte Brasiliana
Compositores: Cláudio Russo, J. Veloso, Carlinhos do Detran e Gilson Dr.
Intérprete: Neguinho da Beija-Flor
Clicate qui e ouça um trecho do Samba 2007 da Beija-Flor
Olodumaré, o Deus maior, o Rei Senhor
Olorum derrama a sua alteza na Beija-Flor
Oh! Majestade negra, Oh! Mãe da liberdade
África: O baobá da vida Ilê Ifé
Áfricas:Realidade e realeza, axé
Calunga cruzou o mar
Nobreza a desembarcar na Bahia
A fé nagô-yorubá,
Um canto pro meu orixá tem magia
Machado de Xangô, Cajado de Oxalá
Ogum yê, o onirê, ele é Odara
É jeje, é jeje, é querebentã
A luz que vem de Daomé, reino de Dan
Arte e cultura casa da mina
Quanta bravura negra divina
Zumbi é rei
Jamais se entregou, rei guardião
Palmares hei de ver pulsando em cada coração
Galanga pó de ouro e a remissão enfim
Maracatu chegou rainha ginga
Gamboa, a pequena África de Obá
Da Pedra do Sal viu despontar a Cidade do Samba
Então dobre o run
Pra Ciata d`Oxum imortal
Soberana do meu carnaval na princesa nilopolitana
Agoye o mundo deve o perdão
A quem sangrou pela história
Áfricas de luta e de glória
Sou quilombola Beija-Flor
Sangue de rei, comunidade
Obatalá anunciou
Já raiou o sol da liberdade
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Samba Enredo da Imperatriz Leopoldinense
"Teresinhaaa, uhuhuuu!!!! Vocês querem bacalhau?”
Clicate qui para ouvir um trecho do samba
Compositores: Merrenga, Xande Sobrinho, Lula Inspiração, Bill Amizade e Aliomar
Intérprete: Preto Jóia
Ó Teresinha!!!
Que maravilha o Chacrinha imaginou
No fom fom da sua buzina
Uma geração emocionou
Vocês querem bacalhau?
Vibrava a platéia de emoção
E a saudade tem lugar
No banquete da ilusão
Lá se foi o bacalhau
Pelo mares da paixão (navegou) (bis)
Nessa história quando tudo começou
E foi assim, tim tim por tim tim
De uma explosão a luz
O choque do gelo do norte
Com o fogo ardente do sul
Imir sonhou, suou e surge a vida
E a Noruega, amanheceu em flor
Monstros gigantes, raios, vulcões
Vikings dos mares
Nos ventos da dominação
De Asgard o reino de Odin
Um arco-íris multicor une essas terras
A imensidão e ao coração da Imperatriz
Quando a água do mar secou
Despertou o paladar, o sabor (bis)
E o Basco conservou no sal
Essa riqueza que Odin abençoou
Taca fogo nas cinzas, não deixa apagar
Eu vou de samba afrevado no chamego arretado
Pra lá e pra cá
Já rasgou a fantasia homem da noite, mulher do dia
E o Bacalhau do Batata na bandeja pra massa
Até o dia clarear (bis)
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Samba Enredo da Mangueira
Minha pátria é minha língua, Mangueira meu grande amor. Meu samba vai ao Lácio e colhe a última flor.
Compositores: Lequinho, Junior Fionda, Aníbal e Amendoím
Intérprete: Jamelão
Clicate qui para ouvir um trecho do samba
Quem sou eu
Tenho a mais bela maneira de expressar
Sou Mangueira...uma poesia singular
Fui ao Lácio e nos meus versos canto a última flor
Que espalhou por vários continentes
Um manancial de amor
Caravelas ao mar partiram
Por destino encontraram o Brasil...
Nos trazendo a maior riqueza
A nossa língua portuguesa
Se misturou com o tupi, tupinambrasileirou
Mais tarde o canto do negro ecoou
Assim a língua se modificou
Eu vou dos versos de Camões
Às folhas secas caídas de Mangueira
É chama eterna, dom da criação
Que fala ao pulsar do coração
Cantando eu vou
Do Oiapoque ao Chuí ouvir
A minha pátria é minha língua
Idolatrada obra-prima te faço imortal
Salve... Poetas e compositores
Salve também os escritores
Que enriqueceram a tua história
Ó meu Brasil
Dos filhos deste solo és mãe gentil
Hoje a herança portuguesa nos conduz
Na Estação da Luz
Vem no vira da Mangueira vem sambar
Meu idioma tem o dom de transformar
Faz do Palácio do Samba uma casa portuguesa
É uma casa portuguesa com certeza
postato da atima alle febbraio 16, 2007 21:34 commenti


Alcune fantasie del Carnevale 2007 a Rio de Janeiro

Da Escola Beija-Flor.

Da Escola Mocidade Independente.

Da Escola União da Ilha.

Da Escola Portela.

Da Escola Imperatriz Leopoldinense.
postato da atima alle febbraio 15, 2007 17:56 commenti (6)

Buona domenica,
È presto ancora a São Paulo ma già sto aparecchiando la tavola per il pranzo;

La tovaglia di Pienza,
I piatti:Ristorante Belvedere di La Morra(CN);Ristorante Caruso(Sorrento) e piatto di Capri.
Al centro:Piattini della Sicilia e di Capri.
I bicchieri sono italiani,e per il caffè una tazzina di Pienza e l'altra di Palmanova.
Certo,allora volete sapere il menu?-Canelloni ai quattro formaggi,pollo arrosto e una insalata di pomodorini.
Visto che mi sono ingrassata 3(1,2,3) K in Italia per i dolci una buona arancia brasiliana.
Non vi preoccupare ne ho perso due!
Buon appetito.
Fatima
postato da atima alle febbraio 11, 2007 08:43 commenti (12)

Cara Giulietta.

Cara Giulietta,
chissà se tu hai mai scritto su un foglio bianco la parola AMORE ,
solamente per guardarla, così, senza nessun motivo particolare...
Io l'ho fatto: le cinque lettere riempiono una pagina. Io sono innamorata.
Ecco, ti ho già detto tutto, ma non basta.
All'inizio è stato scomodo, strano aggettivo, vero, in questo contesto!
Scomodo perchè nella vita di tutti i giorni non c'è posto per chi sa solo
sognare...Io sapevo fare solo quello...nient'altro.
Altre persone, in passato, hanno avuto la mia attenzione e il mio pensiero,
ma nessuno, mai mi aveva preso tutto.
Lui è l'esatto mio riflesso, la totale corrispondenza dei sensi e delle
mie emozioni, è la persona che riesce a farmi vedere il mondo colorato
di rosa, quando io lo vedrei grigio, la stessa persona che durante il giorno
ruba i miei pensieri e i miei sogni.
Lui è la persona a cui dico tutto, ma della quale non riesco a dire quasi niente
perchè non trovo le parole.
Sottovoce ti dico che ho la presunzione di essere la più felice e te lo dico
bisbigliando perchè il destino non lo possa sentire.
Respiro in ogni istante l'essenza gioiosa della vita.
Come ogni innamorata vivo l'illusione di potere tutto, di essere esclusiva.
Lo amo perchè è Lui, con quel sorriso, con quello sguardo, con quella voce.
Sono felice! Vorrei che qualcuno riuscisse a leggermi nell'anima, ed ascoltare
la musica che sento e che trovasse parole nuove per me, perchè quello che ho
imparato fino ad ora non è sufficiente.
Ognuno saprà parlarti, scriverti e raccontarti i propri sentimenti in modo diverso,
perchè ognuno di noi è diverso, ma fra tante persone differenti, se guardi bene
vedrai la stessa espressione di luminosità e felicità che accomuna gli innamorati!
Lettera vincitrice 1997
di Gabriella Sartori
Italia
postato da pulvigiu alle febbraio 11, 2007 07:46 commenti (2)


Foto scattata a Maranello nel Museo della Ferrari.
postato da atima alle febbraio 10, 2007 14:01 commenti (3)

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